ATLANTIDE, COSA È MANCATO

ATLANTIDE, COSA È MANCATO

 

Nel pieno della bufera che in queste ore riavvolge le nostre compagne Atlantidee, sentiamo il bisogno di chiederci cosa è mancato, dove sta il  nodo che ha prodotto questo sonoro fallimento. Partendo dal presupposto che di fallimento si tratta e scartando perciò dal principio i commenti di chi si dice “soddisfatto”, perché evidentemente non vede o non coglie.
Ripercorrendo i fatti stamattina nei resoconti della stampa locale, c’è una sinistra ricorrenza che impone inesorabilmente una risposta:  è mancato innanzitutto il riconoscimento dell’altro, complice o avversario che sia, che è il presupposto indispensabile per mettere in moto la politica. Questo riconoscimento manca ad esempio quando un gruppo di residenti si mobilita con un esposto contro il sindaco: un atto fintamente civico (Atlantide non fa “casino” e i suoi spazi sono tutt’altro che appetibili: diciamolo una volta per tutte), in realtà l’ennesimo atto strumentale in una catena di atti di brutta politica che rimbalza dalle procure alle telefonate dei ministri. Al sindaco non si chiede un incontro, si cerca di passare direttamente all’avviso di garanzia. Perché non lo si riconosce il sindaco, non lo si è mai accettato come primo cittadino: è così che ragionano i partiti nelle loro perenni campagne elettorali, dove l’antagonismo proprio della politica da tempo è debordato in una furia anti-istituzionale, con evidenti (anzi: evidentissime) code giudiziarie.  Ma manca il riconoscimento dell’altro anche quando, mentre si dà il tiro a Palazzo D’Accursio per accogliere la delegazione di Atlantide, si manda un pattuglia di vigili ad affiggere alla loro porta un’ordinanza di sgombero. Perché non consegnargliela in mano quell’ordinanza, spiegando i motivi e i ragionamenti?
Evidentemente si dava per scontato qualcosa e quel qualcosa crediamo fosse proprio l’assenza del riconoscimento reciproco. Si dava per scontato cioè che Atlantide non avrebbe ascoltato le ragioni del sindaco semplicemente perché erano le ragioni del sindaco.
A questo punto però c’è un aspetto che va assolutamente incluso in questo ragionamento. Chi è Atlantide? Non ci interessa percorrere le definizioni storiche di questa realtà, vogliamo restituire la nostra esperienza di Atlantide: un luogo di confine, di esplorazione, dove non si ha paura di andare a fondo, di guardare oltre la superficie, di sperimentare punti di vista nuovi. Un luogo che coltiva la coerenza, la dignità, l’autodeterminazione, la libertà come valori non negoziabili. Un luogo che ha contribuito a costruire lo sguardo critico di un pezzo importante della nostra città. Atlantide non deve corrispondere a nessun disegno, progetto o destino: il suo unico vincolo forte, fortissimo, è la propria identità, fluida ma estremamente coerente.
Atlantide da mesi si era seduta al tavolo con l’amministrazione comunale, aveva firmato un preaccordo  di collaborazione, attendeva che venissero ultimati i lavori del nuovo spazio e nel frattempo discuteva con l’Assessore Ronchi delle modalità con cui intraprendere questo nuovo percorso in relazione con il Comune: questo si evince dai giornali. In questo percorso sta un grandissimo obbiettivo politico realizzato: Atlantide e il Comune avevano aperto un percorso di riconoscimento reciproco. Che non significa complicità o ancor peggio subalternità, significa ascolto del punto di vista e inclusione di quel punto di vista in una discussione.
Anche di questo percorso riceviamo dalla cronaca alcuni tratti: l’assessore Ronchi parla di interlocutori correttissimi, estremamente disponibili. Sì, perché le Atlantidee sono  un’esperienza di collettivo straordinaria, solo chi non frequenta quel luogo può confonderlo col falso mito dei centri sociali in cui si galleggia nella birra.
Quell’avviso di sgombero  allora  – o meglio: quella richiesta di liberare i locali – doveva passare, assieme alle sue ragioni, da quel tavolo, da quella discussione. Scegliere un altro percorso non può essere un incidente, e infatti non lo è stato. Probabilmente era il modo poco nobile con cui il sindaco voleva sacrificare il suo assessore alla Cultura e un pezzo di maggioranza su un altare che non conosciamo ma che possiamo facilmente immaginare. E in effetti le dichiarazioni laconiche  che ha diffuso ieri sui media ricordavano molto l’isterico “Tagliatele la testa!” della regina di cuori nel paese delle Meraviglie di Alice. E perciò con teste da tagliare pareva si avesse a che fare.Tante, troppe in un giorno solo. Senza essere sfiorati dal dubbio che ogni testa rappresentasse un fallimento della politica e suo, come politico.
Le parole che in Consiglio comunale le Atlantidee hanno pronunciato col loro megafono umano  sono importanti  e interpellano il sindaco e noi tutt*
Come fa un’amministrazione a firmare con una mano un accordo di reciproco riconoscimento e con l’altra mano affiggere quell’avviso sulla porta di Atlantide? Come può il Comune pensare che quell’atto (nelle modalità, prima ancora che nel contenuto) possa in qualche modo rientrare in un percorso di collaborazione senza comprometterlo completamente? Come può non responsabilizzarsi dell’immagine di inaffidabilità dell’Istituzione che questa vicenda mostra a tutta la città? Come farà a far ricorso ancora alla retorica della “collaborazione civica” dopo averla svuotata pubblicamente del suo presupposto fondamentale, cioè il reciproco riconoscimento?
“Vogliamo una risposta politica dal sindaco”, dicono le Atlantidee. Non sull’inchiesta, sul pericolo di avvisi di garanzie o su queste cose. La risposta politica deve dirci perché si è scelta quella strada, perché si è voluto delegittimare pubblicamente un interlocutore, un percorso e l’assessore che se ne faceva carico, portandolo a vergognarsi pubblicamente per un  atto della sua Giunta?. La legalità purtroppo ha già da tempo soppiantato la giustizia sociale, tuttavia noi crediamo che anche volendo puntare alla legalità, siano le pratiche che usiamo per metterla al sicuro che fanno la politica e danno (o tolgono) valore politico a chi le adotta.
Una volta ai tempi di Cofferati, mentre si sgombrava il Lungoreno con le ruspe, molti dicevano:  “Con le ruspe sono tutti buoni a fare il sindaco”. Ecco, noi la pensiamo ancora così.  Ci sono modi più politici (“più umani” direbbe Merola) per governare una città densa e straordinaria come Bologna e per ereditarne la storia. In diverse occasioni questa amministrazione ha mostrato di saper percorrere queste strade. Non è un aspetto secondario, anzi a noi pare addirittura centrale nell’azione amministrativa. Perciò alla domanda che Atlantide ha posto in Consiglio comunale crediamo che il sindaco di Bologna debba dare risposta.

 

 
Il Consiglio direttivo del Cassero

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