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Un viaggio attorno alle parole

12Ago

 

TAG - Telefono amico gay

TELEFONO

Ogni tanto capita di osservare, vicino ai bidoni, ingombranti per la loro presenza, le vittime di un fenomeno che viene definito obsolescenza, ma col tempo, per le sue dimensioni, finisce per assomigliare a un vero e proprio genocidio. In questo periodo, dopo le vecchie lucidatrici, dopo i grossi e ingombranti monitor dei computer, ora tocca a loro: i televisori, quelli grossi, quelli a tubo catodico, sostituiti dai più moderni e snelli televisori LCD. I moribondi, rassegnati alla deportazione, stazionano a lungo davanti ai cassonetti della spazzatura, forse credendo di essere per un po’ in cassa integrazione, invece vengono proprio messi in pensione, silenziosamente, anzi scortati affettuosamente all’ospizio, vigliaccamente, vecchi gloriosi televisori a colori assieme a video seminuovi che fino a qualche tempo prima occupavano orgogliosamente il palco del salotto di casa. E mi chiedo quando toccherà ai telefoni? quando gli apparecchi casalinghi, con o senza segreteria, con tutti quei grossi pulsanti da pigiare, andranno a fare la fila di fianco ai cassonetti per l’ultimo viaggio? Magari, ancora troppo carichi di orgoglio, preferiranno passare dal sacchetto dell’immondezza al cassettone dei rifiuti, senza esporsi al pubblico ludibrio dei passanti. Meglio passare inosservati, tanto nessuno, mosso a compassione, si chinerebbe a raccoglierli e a portarseli a casa (di nuovo al caldo e rifocillati di corrente!) meglio una fine dignitosa. Al loro posto ci saranno gli odiosi fratellini minori, i cellulari, nati senza grazia con la forma squadrata di uno strano mattone, ora ammiccanti, poliedrici, in grado di deliziare il loro padrone con giochi, collegamenti internet, e-mail. Per ben che vada i nipoti dei vecchi telefoni rimarranno per un po’ negli uffici, ma, estremo oltraggio, gli sarà pure tolta la linea, quel doppino di rame che li accompagnava da sempre, come un cagnolino e il suo guinzaglio, verranno innestati artificialmente al computer e immessi in una rete gigantesca quanto ostile chiamata VOIP. Come erano belli i tempi in cui eravamo accarezzati dalle mani curate delle centraline, quando noi, importanti, eravamo il solo modo per comunicare con località che prima venivano raggiunte solo dal mercurio alato, quello dei francobolli e delle lettere, umane, troppo umane, perché fatte di carta e di inchiostro e di tempo, quel tempo che batte sempre più veloce nei tamburi del mondo.

 

AMICO

E’ una parola rassicurante, amico, fa venire in mente l’Ungaretti di “di che reggimento siete, FRATELLI?”, la parola amico, al pari di fratelli esprime un vincolo, ancora maggiore per il fatto che stavolta il sangue non c’entra niente, i fratelli non si scelgono, il sangue non si sceglie, gli amici si. A me ogni tanto viene in mente che “telefono amico” è una associazione che non mi piace, mi ricorda la frase: “come va, come stai?”, che frase ipocrita! Ma davvero vuoi che te lo dica veramente, caro semisconosciuto? E ci metterei a volte molti minuti e dovrei ricorrere a confidenze che forse non hai neanche voglia di sentire, oppure vuoi la risposta retorica: “bene, e tu?”, non sarebbe forse meglio allora quando ci si incontra non dirsi nulla, ma sorridersi e battersi la spalla. Molta meno ipocrisia e in più un salutare contatto di corpi, di mani e spalle, che, secondo noi psicologi, attiva immediatamente attenzione e disponibilità da parte del “toccato”.

Due parole in società: “Telefono amico”. Brutta società: non stanno bene assieme. Prima di tutto perché l’amico lo vedi, lo guardi negli occhi, gli sorridi, non è solo una voce, è un insieme di sensazioni belle, forti, che arrivano tutte assieme, quasi come un piacere dei sensi. Il telefono invece è solo voce, voce amica, quindi, ma amica di chi e perché? Anche stavolta sembra esserci un po’ di ipocrisia, io che rispondo divento amico della persona che sta dall’altra parte, persona che non conosco e che magari non mi piace, non mi piace come si pone, non mi piace come parla, magari mi da fastidio anche l’accento. E allora? Allora c’è l’intenzione dietro, c’è una persona dietro al telefono che, per ragioni che spesso sfuggono anche a se stessa, decide di utilizzare tre ore settimanali del proprio tempo per ascoltare, per tentare di capire, di spiegare, di consolare, di informare qualcun altro che si presume sia in difficoltà. E’ allora veramente amico? No, è paziente, è comprensivo, rispettoso, caldo, “si dice amico, però no, chiamarlo amico non si può” direbbe Bennato. Forse andrebbe meglio “telefono compagno”, ma fa troppo sinistra anni 70, forse “telefono ascolto”, ma fa troppo “parla pure, che io intanto penso agli affaracci miei”, forse si potrebbe chiamarlo…. “servizio con operatore che ascolta e cerca di partecipare almeno emotivamente ai contenuti espressi da chi parla”, forse, forse andrebbe bene, ma a questo punto abbiamo ammazzato la sintesi!

 

GAY

Oplà! Gay. Naturalmente nella mia mente passa come gaio, garrulo, allegro, uno spensierato cretino che passa il tempo a saltellare gioioso sopra la dinamite del mondo. Ma davvero per un gay ci sono i presupposti per tutta questa felicità? Se guardiamo la letteratura non direi, a parte il fortunato Maurice di Forster, tutti gli altri personaggi o stanno male o si suicidano o muoiono, non un bel messaggio direi. Immaginiamolo su un adolescente che si affaccia alla vita adulta e deve fare i conti con il proprio orientamento sessuale cosi originale rispetto alla media… Se andiamo ad allargare il campo al grande schermo dobbiamo fare uno slalom fra i triti stereotipi del vizietto e il gay da melodramma: tragico, deviato, nevrotico, infelice, no? A questo punto aggiungere sale e pepe quanto basta, cuocere a fuoco lento per 20 minuti e servire. Santa Romana Chiesa? Anche lei non aiuta se vogliamo dipingere lo stereotipo della felicità. “Bisogna distinguere l’errore dall’errante”, ma l’errante per compiacere alla religione cattolica può essere omosessuale (e grazie…) ma non può praticare. Come dire a una rana che può essere una rana, ma che non può saltare. Per fortuna gli animali non hanno la Chiesa a dirgli cosa devono fare e non devono fare, e, mi viene da pensare, forse se la cavano meglio. E se arrivasse una rana stressata allo studio dello psicoterapeuta perché lei sente che è nella sua natura saltare, ma che la propria religione pensa che è male, il nostro Miles le risponderebbe: “ma a cosa ti serve la religione, se non ti serve a stare meglio?”.

Forse è vero, forse è meglio essere laici, va bene, mi piace: “gay e laico”, ammesso che esista qualcosa di laico in questo Paese. Per il gay (stiamo sempre parlando di quello zompettatore spensierato) lo Stato ha preparato un percorso ad ostacoli talmente complesso, che quasi quasi è più facile vincere a Monopoli possedendo solo “vicolo stretto”. Se il fidanzato del gay, con il quale condivide non solo una casa e una vita, ma ogni emozione da venti (20) anni è in ospedale in fin di vita, che cosa succede per le nostre leggi? Il suo compagno semplicemente non ha alcun diritto a vederlo, in quanto non è un familiare e, se anche volesse esserlo, nessuna legge glielo permette (ma con tutti i problemi che ha questo Paese, anche delle nozze fra due uomini dobbiamo occuparci? tanto si sa che i gay vogliono i matrimoni per la bella festa in Chiesa, il pranzo e le fotografie). Se i suoi genitori l’hanno letteralmente sbattuto in mezzo alla strada quando gli ha detto che era gay e se suo fratello quando lo vede per strada si gira dall’altra parte perché in nessun modo vuole essere accomunato a un pervertito contronatura.. non c’è nulla di cui preoccuparsi, è a loro che andranno i suoi beni, per una volta suo fratello e sua madre condivideranno volentieri qualcosa con lui. Belle soddisfazioni riserva la vita. Mi si consenta, come dice quell’altro: “C’è poco di che essere gay!”

  • pubblicato il: 12/Ago/2011
  • scritto da: telefono

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