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La Maison du Casserau
La storia
Come è nata e si è sviluppata la celebre "casa di moda"
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[Web Staff, 17.01.2001]
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La Maison, Casa di Moda e Modi, nasce a Bologna nel 1993 al circolo Arcigay Il Cassero sulla tradizione dei gruppi gay americani, e più precisamente i portoricani di New York, soliti riunirsi in capannoni industriali abbandonati detti "House", per creare e realizzare abiti fantasmagorici da sfilare in serate di raccolta fondi per mantenere se stessi e la house, ma... La Maison si esibisce solo ed esclusivamente per raccogliere fondi da devolvere alle associazioni di volontariato.
L'esperienza bolognese della Maison e dei vari concorsi di "bellezza" o di "moda" che essa propone si ritrova solamente in Inghilterra e negli Stati Uniti. La Maison è composta da giovanotti e signorine. Ai concorsi per il titolo di The Italian Miss Alternative partecipano "ovviamente" solo i signori. New entry a parte, le celebrity (top model) che compongono la Maison sono circa 50.
Definita dalla stampa Trans-Avanguardia (Espresso, 1/8/1996), con un ineccepibile gioco di parole, la espressività della Maison è tutt'altro che trans. Sfidiamo chiunque a riconoscere qualcosa che accomuni una sfilata ad un evento en travesti.
Molto lontano dal mondo delle drag queen americane (travestiti più o meno realistici), il mondo della Maison è composto da modelli e modelle che considerano più utile al proprio ego ed agli altri, tirare fuori il mostro che ognuno di noi ha dentro di se, a scopo benefico, piuttosto che vivere a casa del proprio psicanalista.
È chiaro che i primi due parametri da distruggere sono quelli di maschio & femmina e dei loro stereotipi: dal tank top dei marine americani (canotta bianca che insalsiccia il toracione) alle knock me down & fuck me, pump (famose scarpe della Monroe), per citarne solo due, ma impressionanti. Un invito a nozze!
Ed ecco servita una diversa forma di spettacolo, indefinibile (avanguardia di che? Se non di se stessa), dove non importa saper recitare, cantare o essere magnifiche prede (comodo no?). Basta saper sfilare su un precario paio di tacchi (non è una metafora degna di Montale?) sapendo che il pubblico ti ama.
Più fantasia che a Disneyland, più equilibrismo che dagli Orfei.
Il pubblico gioca un grande ruolo: sempre numeroso (3000, 4000 spettatori) convince le modelle e i modelli che fanno bene ad esistere e ad insistere. Quella che in un altro campo si chiama istigazione a delinquere. Il pubblico non ha target. Cosa abbastanza incredibile: alla serata del luglio '96 tre marescialli dei carabinieri e consorti hanno prenotato i posti. È solo un esempio.
Gli abiti, se è possibile definirli tali, sono rigorosamente concepiti, confezionati ed autoprodotti con stoffe (raramente) e materiali di recupero, poche cuciture e molto biadesivo da moquette. Chiodi. Tutte le industrie del circondario sono mobilitate per produrre pneumatici corinzi, rottami similoro, adesivi cemento/pelle che non disidratino quest'ultima. Il titolo della serata si rivela, al momento del défilé, puramente simbolico: le menti irrefrenabili delle top creano abiti improbabili ma portabili (se c'è l'occasione) e mal volentieri accettano limiti contenutistici ma soprattutto estetici.
Ogni aspirante Miss vìola per definizione il concetto spazio-tempo-buon gusto.
Il trucco o make up, quando c'è, si rifà alla scuola bizantina con accenni al rivoluzionario metodo dell'affresco.
Tutte le prime sette edizioni sono state presentate da Clelia Sedda e Stefano Casagrande, il fondatore della Maison. Salta subito all'occhio che i due presentatori provengono dal mondo del teatro comico. Per l'abbigliamento ovviamente. Lui rigorosissimo sempre in mini Mary Quant e cravatta nera, lei con un eccesso trionfale di formaggi o gondole tra i radi capelli.
Dal 2001 le modelle, il Cassero, le amiche e gli amici hanno voluto continuare il delirio della fondatrice, riuscendo senza fatica a far dimenticare i limiti del buon gusto. Ognuna di queste ultime edizioni - organizzate da Paolo Perrelli e Bruno Pompa - si è incentrata su un tema particolare: l'atelier, il circo e - nel 2003 - la favola. Nella conduzione Eva Robin's e Alessandro Fullin affiancano Clelia Sedda.
L'unico scopo delle presentazioni di ogni singolo modello e singola modella, o di ogni capo indossato, è quello di tentare di spiegare al pubblico cos'aveva in mente il/la partecipante prima di realizzare la splendida idea e cosa invece ne è saltato fuori dopo. Trovare delle scuse, insomma.
Le giurie sono rigorosamente composte da giornalisti, operatori del settore moda, personaggi della cultura e dell'associazionismo, tra cui, nelle precedenti edizioni, lo stilista francese Jean Paul Gaultier, l'ex assessore alla Cultura del Comune di Bologna Roberto Grandi, la cantante Luciana Turina, il fotografo Oliviero Toscani, Arturo Brachetti, Stefano Nosei, i Gemelli Ruggeri, Emanuela Grimalda, Amanda Lear, il "soprano" Manuel Mensà e Ambra Orfei.
Dal 2002, dopo la sfilata, un party al Cassero con i migliori nomi della scena clubbing italiana permette di incrementare ulteriormente i fondi raccolti per la lotta all'AIDS.
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